Mariko Mori: rebirth

In questi giorni si è chiusa la mostra riguardante l’artista giapponese Mariko Mori (generazione 1967), tenutasi alla Royal Academy of Arts, dove le opere sono state ospitate dal 13 Dicembre fino al 17 Febbraio.
Un esposizione raccolta, sia nel numero di lavori presentati che nell’organizzazione degli spazi, consentendo allo spettatore di instaurare un dialogo intimo con le opere.
La mostra è stata progettata in collaborazione con l’artista stessa e il titolo Rebirth allude al momento del calendario nel quale l’evento è incominciato: il solstizio d’inverno e l’inizio della nuova era astrale nel Dicembre del 2012.
Anche solo da questo indizio iniziale capiamo il profondo legame tra Mariko Mori e la cultura zen giapponese. Che siano grandi installazioni incanalanti l’energia delle stelle, menhir di luce intermittente, voci robotiche che fuoriescono dal piccolo scrigno di vetro appeso come un lampadario o acquerelli su carta tutti funzionano come esercizi di meditazione, sia per noi che li ammiriamo concentrati che per l’artista che li produce.
Energia e natura sono usate dalla Mori come potenti strumenti tecnologici, che grazie al video e agli elettrodi essa può utilizzare secondo il suo volere. Non come un delirio di onnipotenza dell’uomo sulla natura, bensì come riscoperta e rinascita della tecnologia a partire dalla natura stessa. Quale utensile è più potente del Sole? O dell’energia scatenata da una stella morente? L’Arte diventa intermediaria tra il mondo umano e la Terra, le forze del cielo e dell’alta tecnologia usata dalla Mori cooperano, riflettono insieme, si uniscono nel creare oggetti fisici e concettuali allo stesso tempo.
L’artista guida con delicatezza lo spettatore, tenendolo per mano, attraverso le stanze del museo con i video e le registrazioni della sua voce, raccontando il processo che ha generato quelle opere, senza lasciare enormi punti interrogativi senza soluzione.

Unica nota negativa: era troppo breve, avrei voluto che durasse di più.

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